Quali vincoli limitano la conversione degli allevamenti bovini al metodo di produzione biologico? di L. Roselli

Il metodo biologico stenta ancora ad affermarsi negli allevamenti bovini italiani. Sebbene l’introduzione della regolamentazione europea risalga a più di vent’anni fa (Reg. CEE 1804/99) gli allevamenti bio rappresentano ancora una quota limitata del comparto zootecnico nazionale.

Al 31 dicembre 2018, i capi bovini allevati dalle aziende bio italiane erano circa 375mila, pari al 6,34% del patrimonio bovino complessivo. I capi allevati in biologico sono destinati in gran parte alla produzione di carne (39%); seguono quelli destinati alla produzione di latte (21%) e altri bovini (40%).

In Puglia, la diffusione della zootecnia biologica è ancora più limitata rispetto al resto del Paese, nonostante la Puglia sia la seconda regione italiana, dopo la Sicilia, per estensione della superficie coltivata in biologico (263.653 ettari) e vanti un’ampia diffusione di colture foraggere condotte in bio (circa 54 mila ettari prati e pascoli).

Negli ultimi anni, la maggiore attenzione dei consumatori alle problematiche ambientali ed alla salubrità degli alimenti ha generato una domanda crescente di alimenti ottenuti con metodi di produzione biologica. Questa tendenza ha riguardato anche alcune tipologie di prodotti di origine animale (es. uova, carne, latte e derivati).

Tuttavia, l’adozione del metodo biologico è frenata dalle difficoltà che gli allevatori devono superare per rispettare i requisiti previsti dalla normativa vigente. Tali difficoltà sono accentuate dai limiti strutturali e organizzativi del comparto zootecnico che ostacolano l’organizzazione di filiere produttive in grado di soddisfare la domanda di mercato.

L’allevamento bovino biologico richiede un’adeguata disponibilità aziendale di terreni necessari a produrre gli alimenti per il bestiame e a smaltire le deiezioni, oltre a un’adeguata disponibilità di superficie a pascolo. Gli alimenti devono provenire prevalentemente da foraggi prodotti in azienda oppure nell’ambito di contratti di cooperazione con altre aziende biologiche, principalmente situate nella stessa regione. Almeno il 60% della materia secca di cui è composta la razione giornaliera deve essere costituito da foraggi grossolani e foraggi freschi, essiccati o insilati. La restante quota (massimo 40%) può essere costituita da mangimi concentrati ma è vietato l’impiego di alimenti OGM (es. la soia comunemente utilizzata nella mangimistica). Per minimizzare gli interventi curativi del bestiame è opportuno privilegiare la scelta di razze rustiche o autoctone. È necessario verificare l’adeguatezza delle strutture di stabulazione al fine di garantire il benessere animale. L’allevamento brado è pienamente conforme alle norme. La stabulazione fissa è vietata (consentita in deroga soltanto alle aziende piccole), mentre è consentita la stabulazione libera purché siano garantite adeguate superfici minime coperte e scoperte. È vietato l’uso preventivo di medicinali veterinari allopatici di sintesi chimica a fini preventivi.

La conversione al metodo bio è resa ancora più difficoltosa dall’assenza, nell’ambito dei Programmi di Sviluppo Rurale regionali, di aiuti specifici volti a compensare i costi connessi alla conversione degli allevamenti al metodo biologico. Gli aiuti sono concessi soltanto alle coltivazioni biologiche (inclusi il pascolo e le colture foraggere), ma generalmente non è previsto un collegamento diretto tra le coltivazioni bio e la presenza in azienda di un allevamento biologico.

Un ulteriore limite per lo sviluppo della zootecnia bovina biologica è rappresentato dalle difficoltà incontrate dagli allevatori nell’intercettare la domanda di prodotti biologici. Organizzare una filiera completa ed efficiente è una condizione fondamentale per soddisfare la domanda di prodotti bio.

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