L’alimentazione nell’allevamento biologico dei ruminanti: principi generali di A. Facciolongo

L’alimentazione in zootecnia biologica riveste un ruolo molto importante, in quanto deve salvaguardare il benessere animale e nel contempo garantire prodotti di alta qualità, cercando di contenerne i costi di produzione. La razione giornaliera deve essere equilibrata dal punto di vista energetico, proteico, minerale e vitaminico, in rapporto allo stadio fisiologico dell’animale (accrescimento, riproduzione, gravidanza, lattazione, asciutta) e alle sue produzioni (carne, latte). Disordini alimentari, come eccesso di carboidrati o mancanza di fibra grezza, hanno inevitabili effetti negativi sulla salute dell’animale, coinvolgendo anche la sfera riproduttiva.

Infatti, una ipoalimentazione ha un effetto negativo sulle manifestazioni estrali, sul peso alla nascita dei soggetti, sul tasso di ritenzione della placenta, sullo stress dell’animale, rendendolo più vulnerabile alle malattie; al contrario, un’alimentazione eccessiva causa scarsa libido nei maschi e determina scarsa fecondità e complicazioni durante le fasi del parto nella femmina.

In un allevamento biologico, il bestiame deve essere alimentato con foraggi e mangimi ottenuti conformemente alle norme dell’agricoltura biologica, provenienti di preferenza dalla stessa azienda o da altre aziende situate principalmente nella stessa regione.

La razione deve  essere costituita, prevalentemente, da foraggi in ragione del 60% della sostanza secca (SS) e può essere integrata con mangimi concentrati in relazione alle maggiori richieste nutrizionali  degli  animali in periodi come l’accrescimento o la prima fase della  lattazione.

Nel razionamento il foraggio può essere utilizzato sotto forma di:

  1. pascolo; si  utilizzano  le risorse naturali attraverso un sistema di rotazione dei pascoli che lega la numerosità delle mandrie all’estensione delle parcelle di terreno, con ricadute positive sulle problematiche legate al sovrapascolo, al calpestio del suolo, all’erosione del suolo, alla difficoltà di recupero dei pascoli, all’inquinamento provocato dagli animali con il rilascio delle loro deiezioni che aumentano la concentrazione di azoto;
  • foraggio fresco; viene sfalciato da prato o erbaio e somministrato direttamente agli animali nei ricoveri;
  • foraggio conservato; si utilizzano i foraggi conservati sotto forma di fieno o insilato.

Il foraggio da utilizzare deve essere di assoluta buona qualità in quanto deve: garantire la salute degli animali; consentire una produzione di qualità; sostenere adeguati livelli produttivi; garantire l’economicità della razione. È costituito, prevalentemente, da due famiglie di vegetali quali le leguminose e le graminacee. Le leguminose forniscono un foraggio più pregiato perché più ricco di Proteina Grezza (PG), sali minerali e vitamine ma, la loro capacità produttiva è scarsa; alcune di esse non sono autoportanti (veccia) e avendo bisogno di un tutore vanno coltivate in consociazione con le graminacee nella costituzione degli erbai misti. Vanno raccolte precocemente perché dopo la fioritura lo stelo lignifica e le foglie basali ingialliscono e cadono. Il foraggio di graminacee invece, è ricco di fibra ma povero di PG che, peraltro, ha anche  un valore biologico inferiore a quello delle leguminose.  La sua produttività però è elevata.

Oltre che dal tipo genetico, la produzione quanti-qualitativa del foraggio viene influenzata dal clima, dalla composizione del terreno, dall’epoca e modalità di semina, dallo stadio vegetativo della pianta allo sfalcio, dalle tecniche e modalità di conservazione.

I semi di lino nella razione dei ruminanti

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I semi di lino rappresentano per i ruminanti una fonte di acidi grassi essenziali della serie omega-3, dato il loro alto contenuto di acido linolenico (ALA), che è pari al 50-60% dei suoi acidi grassi totali.

 In seguito al processo di biodegradazione a cui è sottoposto nel rumine, l’ALA è anche in grado di aumentare, nei lipidi del latte e della carne, le quantità di acidi grassi “funzionali” quali l’acido linoleico coniugato (CLA) e l’acido vaccenico (AV). Nel caso della produzione di latte, la concentrazione di questi acidi aumenta linearmente con l’aumento del contenuto di semi della razione fino a livelli di inclusione pari al 5-6% della sostanza secca ingerita. Per quantità superiori si cominciano a verificare fenomeni di diminuzione della digeribilità della frazione fibrosa della dieta, con perdite di capacità produttiva e diminuzione della percentuale di grasso. Nel caso dei lipidi della carne, la somministrazione di lino determina nei fosfolipidi, percentualmente maggiori nelle carni magre, un aumento degli acidi grassi omega-3 a più lunga catena come EPA e DHA, insieme a quello del contenuto di ALA; malgrado il processo di bioidrogenazione determini la riduzione di più del 90% ll’ALA presente nella razione, un’adeguata integrazione di lino comporta un miglioramento del contenuto di acidi grassi omega-3 nella carne. Risultati migliori si ottengono con semi di lino estrusi anziché laminati e con semi laminati o macinati rispetto a quelli somministrati interi.

E’ possibile ottenere un aumento significativo del contenuto di ALA nel grasso del latte o della carne anche attraverso l’utilizzo di tannini e polifenoli, in quanto questi sono in grado di rallentare  il decorso del processo di bioidrogenazione ruminale dei semi di lino. Va sottolineato infine – in considerazione del fatto che il sistema zootecnico produce una parte significativa del metano di origine antropica – il ruolo dei semi di lino come mezzo di mitigazione delle emissioni di metano. L’uso del lino nella dieta dei ruminanti è in grado di garantire diminuzioni percentuali di metano emesso fino a più del 30% per integrazioni pari a circa il 5% della sostanza secca ingerita.

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