Trattamenti acaricidi in apicoltura biologica di F. Silvestre

In assenza di trattamenti adeguati, l’infestazione da acaro Varroa può causare la morte degli alveari nel giro di un paio d’anni, in virtù della sua riproduzione esponenziale all’interno della covata. Per evitare danni alle colonie, che possono andare dalla minore produzione di miele al collasso durante la stagione attiva o agli spopolamenti in inverno, è necessario effettuare trattamenti acaricidi con farmaci veterinari regolarmente registrati e/o applicare tecniche in grado di contenere la crescita della popolazione di varroa in una strategia annuale. Tale strategia deve essere adattata alle condizioni climatiche locali e agli obiettivi e indirizzi produttivi dell’allevamento apistico, considerando i seguenti aspetti:

– trattare prima che il livello d’infestazione raggiunga livelli tali da danneggiare le famiglie: raggiunta una certa soglia nelle colonie di api si assiste ad un aumento della circolazione di virus trasmessi dalla varroa, che continua a portare danni anche in seguito all’abbattimento della popolazione di varroa;

– nei climi temperati (dove c’è un arresto invernale della deposizione) è opportuno trattare prima della nascita delle api invernali: solo le api che non sono state parassitate durante lo sviluppo larvale hanno un’aspettativa di vita sufficiente ad arrivare alla primavera per allevare la nuova generazione di api. In caso contrario si possono verificare spopolamenti invernali più o meno importanti e giungere fino alla perdita delle famiglie;

– non trattare durante i flussi nettariferi per evitare l’inquinamento del miele;

– utilizzare un metodo di monitoraggio adeguato per definire il momento ottimare dei trattamenti, verificarne l’efficacia e riconoscere eventuali reinfestazioni;

– se possibile, preferire gli acaricidi con composti naturali e le biotecniche;

– alternare i trattamenti con differenti modi di azione per rallentare e contrastare l’insorgenza di resistenze.

La tempistica nella gestione della varroa è dunque un fattore chiave. Il ricorso ad almeno due trattamenti l’anno, uno nel periodo estivo (mesi di giugno-luglio) e uno nel periodo invernale (novembre-dicembre), permette di minimizzare i rischi per gli alveari. Il trattamento invernale riduce l’infestazione prima della ripresa della stagione produttiva, in modo da non raggiungere la soglia di collasso prima del successivo intervento estivo. Il trattamento estivo, invece, ha l’importantissima finalità di ridurre l’infestazione in modo tale da consentire la produzione di api invernali “di qualità”, ricche di riserve energetiche e quindi ad elevata longevità.

Quando nella colonia non è presente covata (es. in inverno nelle regioni temperate o in uno sciame naturale o pacco d’ape di recente insediamento) tutti gli acari sono esposti ai trattamenti acaricidi. Lo sfruttamento del blocco invernale permette di effettuare un trattamento di grande efficacia (c.d. trattamento di pulizia) permettendo di iniziare la stagione con popolazioni di varroa molto esigue e di poter idealmente raggiungere la fine delle produzioni estive per trattare senza subire danni. Al contrario, normalmente nel corso della stagione attiva la maggior parte degli acari è protetta dall’esposizione alle sostanze acaricide all’interno della covata opercolata. Pertanto sono stati messi a punto formulati a lento rilascio, in grado di garantire la concentrazione terapeutica del principio attivo per la durata di almeno un ciclo di covata. In alternativa, è possibile intervenire con particolari biotecniche per creare artificialmente la condizione di assenza di covata opercolata. I trattamenti eseguiti nella stagione attiva (c.d. trattamenti tampone) sono fondamentali per evitare danni durante la stagione e per invernare api sufficientemente sane (perché non parassitate) per poi arrivare al trattamento invernale con famiglie vive ed in buone condizioni. Se si approssima la crescita esponenziale della varroa con un raddoppiamento costante ogni 23 giorni, si può dire che a seconda dell’efficacia acaricida dei trattamenti tampone si riporta indietro il livello dell’infestazione di un numero di giorni proporzionale alla efficacia del trattamento stesso. Cioè più è efficace il trattamento e più si allontana il raggiungimento della soglia di danno economico. Una conseguenza di questo ragionamento è che:

– anche trattamenti con efficacia relativamente bassa, a seconda del livello di infestazione e degli obiettivi produttivi, possono essere strumenti validi (per esempio, rimandare un trattamento più efficace di un mese per effettuare nel frattempo un raccolto);

– in caso di elevati livelli di infestazione, un unico trattamento con un unico principio attivo può non essere sufficiente, necessitando, in tal caso, trattamenti combinati e/o successivi con più principi attivi o l’utilizzo di tecniche apistiche in grado di potenziare l’efficacia del trattamento stesso.

In apicoltura ci sono due strade per effettuare i trattamenti acaricidi: la via biologica e la via con la chimica di sintesi. I farmaci a base di molecole di sintesi registrati in Italia sono a base di Amitraz (strisce impregnate da infilare in mezzo ai telaini), Tau-Fluvalinate (strisce impregnate da infilare in mezzo ai telaini) e Flumetrina (strisce impregnate da posizionare all’ingresso dell’alveare). Questi farmaci agiscono tutti per contatto con le api e successiva diffusione nell’alveare. Utilizzando ripetutamente e per diversi anni questo tipo di principi attivi si deve tenere in conto una certa percentuale di rischio di resistenza al principio attivo stesso, con conseguente riduzione dell’efficacia del trattamento. Questo dipende dal fatto se gli acari su cui vanno ad agire i principi attivi siano stati esposti in passato alla medesima molecola e siano quindi stati selezionati come resistenti o meno.

I farmaci ammessi in apicoltura biologica sono tutti a base di principi attivi di origine naturale. L’attuale regolamento europeo sul biologico, in caso di infestazione da varroa, consente l’utilizzo di principi attivi quali l’acido formico, l’acido lattico, l’acido acetico e l’acido ossalico, nonché mentolo, timolo, eucaliptolo o canfora, a patto che la loro corrispondente utilizzazione sia autorizzata nello Stato membro interessato secondo la pertinente normativa comunitaria o secondo la normativa nazionale. In Italia, ad oggi, abbiamo farmaci registrati a base di timolo (in alcune preparazioni addizionato con Mentolo, Eucaliptolo e Canfora), acido ossalico e acido formico.

Il timolo in natura ha la funzione di difendere il timo e piante affini dai parassiti; è una sostanza volatile e la distribuzione nell’alveare avviene per evaporazione. I farmaci veterinari a base di timolo sono concepiti per garantire una evaporazione prolungata del principio attivo in modo da esporre al farmaco le varroe foretiche (esterne alla covata) e quelle che man mano emergono dalla covata. La necessità di un range di temperature piuttosto elevato limita l’uso del timolo per lo più al periodo estivo e ne rende l’efficacia dipendente dalle condizioni atmosferiche. In passato il timolo ha conosciuto larga diffusione come trattamento nel periodo estivo; tuttavia negli ultimi anni gli apicoltori italiani hanno osservato un calo di efficacia dei preparati a base di timolo, dimostratisi spesso non più sufficienti come unico trattamento “tampone” estivo. La riduzione di efficacia, ancora rimasta senza spiegazione scientifica considerata l’assenza di prove sulla farmacoresistenza, ha fatto via via diminuire il suo utilizzo, limitandolo a trattamenti estivi in presenza di basse infestazioni, in combinazione con altri principi attivi o come trattamento tampone, per potere ritardare un trattamento estivo più efficace, in caso di infestazione eccessiva. In Italia sono registrati e commercializzati tre differenti farmaci veterinari ad uso apistico a base di timolo (Apilife Var, Apiguard, Thymovar), ognuno dei quali ha modalità di utilizzo differenti, per le quali bisogna fare riferimento ai rispettivi foglietti informativi (vedi tabella allegata). Tra i vari effetti avversi dovuti all’utilizzo di farmaci a base di timolo si segnalano: rimozione/riduzione della covata, mortalità delle regine (pur essendo queste meno sensibili al timolo rispetto alle operaie), alterazioni del comportamento delle api (agitazione, fuoriuscita delle api dall’arnia, barba e intensa ventilazione sul predellino), fenomeni di abbandono del nido, soprattutto in caso di repentino innalzamento della temperatura esterna. Il timolo può lasciare residui sia nel miele, dove non è ritenuto pericoloso per la salute del consumatore (infatti, non è stato necessario fissare un limite massimo residuale nei Regolamenti Europei, ma ne altera il sapore) sia nella cera, da cui però evapora con l’esposizione all’aria.

L’acido ossalico ha un’azione acaricida rapida nei confronti della varroa ma di breve durata, per cui ha una buona efficacia solo in assenza di covata. Per questo, il suo uso è possibile solo durante il blocco naturale della deposizione o avendo creato artificialmente, con opportune biotecniche, l’assenza di covata anche in stagione attiva. Le soluzioni di acido ossalico si distribuiscono nell’alveare per contatto tra le api. Il meccanismo di azione dell’acido ossalico nei confronti della varroa è ignoto. Non sono note resistenze della varroa all’acido ossalico. In Italia sono registrati e commercializzati cinque differenti farmaci veterinari ad uso apistico a base di acido ossalico (Api-Bioxal polvere, Api-Bioxal soluzione, Oxuvar, Oxybee, Varromed), ognuno dei quali ha modalità di utilizzo differenti, per le quali bisogna fare riferimento ai rispettivi foglietti informativi (vedi tabella allegata). Le modalità di somministrazione attualmente possibili per i farmaci a base di acido ossalico sono:

– GOCCIOLAMENTO: soluzione acquosa con zucchero (saccarosio)  o glicerolo da somministrare per gocciolamento nello spazio interfavo secondo i dosaggi riportati nel foglio illustrativo. Farmaci che possono essere somministrati con questa modalità: Api-Bioxal polvere, Api-Bioxal soluzione, Oxuvar, Oxybee, Varromed.

– SUBLIMAZIONE: per mezzo di apposito apparecchio sublimatore è possibile diffondere i vapori di acido ossalico all’interno degli alveari (l’acido ossalico sublima tra i 157 e i 189°C); tale modalità di somministrazione è più tollerata del gocciolamento, pertanto può essere ripetuta in inverno senza spopolamenti. In caso di api in glomere stretto è bene, per una buona distribuzione dei vapori, indurre le api ad allargarsi, per esempio con vibrazioni o con la somministrazione di aria calda. Farmaci che possono essere somministrati con questa modalità: Api-Bioxal polvere.

– SPRUZZAMENTO: modalità di somministrazione per spruzzatura diretta sulle api presenti sulla faccia dei favi di una soluzione di acido ossalico non zuccherina. Farmaci che possono essere somministrati con questa modalità: Oxuvar.

L’acido ossalico gocciolato può provocare effetti avversi quali aumento della mortalità e riduzione della covata, specie se ripetuto, mentre somministrato sublimato risulta meglio tollerato e può essere ripetuto. La soluzione zuccherina o con glicerolo è più tossica per la varroa della soluzione acquosa ma anche per le api. Le singole api venute in contatto con l’acido ossalico hanno un’aspettativa di vita ridotta, e un comportamento meno attivo, in particolare nell’accudimento della covata. Gli effetti tossici sono probabilmente dovuti alla penetrazione dell’acido attraverso la cheratina fino agli organi interni dell’ape. L’acido ossalico non lascia residui nella cera ed è naturalmente presente nel miele, seppur in piccole quantità: trattamenti eseguiti correttamente non ne alterano significativamente la concentrazione. Le caratteristiche del principio attivo sono tali per cui per l’acido ossalico non è stato necessario fissare per limite massimo residuale nei Regolamenti Europei. La Direttiva 2001/110/CE stabilisce che l’acidità libera del miele non deve essere superiore a 500 mEq/kg: il trattamento con acido ossalico ha un impatto molto modesto sull’acidità del miele.

L’acido formico è una sostanza piuttosto volatile, che si diffonde nell’alveare per evaporazione. Ha un’azione tossica sulla varroa sia diretta sia, probabilmente, basata sull’inibizione del metabolismo energetico a livello mitocondriale, ma ha anche un effetto eccitativo sui neuroni. L’acido formicoè l’unico principio attivo in grado di agire anche sotto opercolo, determinando mortalità e, secondo alcuni, anche infertilità nelle varroe in fase riproduttiva. Da diversi anni l’acido formico è usato con successo in tutto il centro e nord Europa. In Italia la disponibilità solo recente di farmaci veterinari ad uso apistico con questo principio attivo fa sì che se ne debbano ancora esplorare gli utilizzi più opportuni. L’efficacia e gli effetti collaterali sulle famiglie sono incostanti perché influenzate dalle condizioni ambientali e della colonia che determinano l’intensità dell’evaporazione del principio attivo. L’utilizzo come trattamento estivo è in molti ambienti problematico a causa dei gravi danni alle famiglie in caso di superamento delle temperature massime di utilizzo. La possibilità però di effettuare trattamenti tampone durante la stagione produttiva in caso di forte infestazione lo rende uno strumento molto interessante in un quadro di lotta integrata. In Italia sono registrati e commercializzati quattro differenti farmaci veterinari ad uso apistico a base di acido formico. In essi il principio attivo può essere presente tal quale per utilizzo mediante evaporatori interni all’alveare (Apifor 60), in matrici gel (MAQS, Varterminator) o in soluzione acquosa in associazione ad altri principi attivi (Varromed), pertanto hanno modalità di utilizzo differenti, per le quali bisogna fare riferimento ai rispettivi foglietti informativi (vedi tabella allegata). Non sono noti fenomeni di resistenza della varroa all’acido formico. I trattamenti con acido formico determinano spesso una quota variabile di orfanità e la morte di parte della covata fresca. L’acido formico presenta degli evidenti effetti tossici sulle uova e la covata non opercolata (larve di api), che muoiono rapidamente se esposte ai vapori concentrati di formico; si può verificare mortalità delle api giovani in presenza di basse temperature (≤ 12°C) in seguito ad un processo di necrosi della cuticola che si estende a tutto il corpo. L’acido formico, inoltre, riduce l’aspettativa di vita delle api adulte e dei fuchi oltre a causare mortalità delle regine nel corso del trattamento, senza però effetti a lungo termine sulle sopravvissute. L’acido formico non residua nella cera ma trattamenti eseguiti in presenza di raccolto possono aumentarne significativamente la concentrazione nel miele. Il trattamento con acido formico può alterare dal punto di vista organolettico il miele nei melari ed ha un impatto significativo sull’acidità del miele. Le caratteristiche del principio attivo sono tali per cui non è stato necessario fissare un limite massimo residuale nei Regolamenti Europei.

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