APICOLTURA A MISURA D’APE di R. Dall’olio

L’ apicoltura naturale secondo Tom Seeley

Ultimo giorno del 46° Congresso Apimondia2019, dopo una estenuante maratona di 5 giorni, oltre 1000 persone trovano le forze per essere presenti alle 8.30 di mattina alla “plenary lecture” del Prof. Tom Seeley, vero  guru per molti apicoltori negli USA (e ora nel mondo, grazie alla traduzione del suo libro “La democrazia delle api”) propone un nuovo approccio all’apicoltura che lui definisce “Darwinian Beekeeping”, implicando che sarebbe il tipo di apicoltura che il celebre evoluzionista Charles Darwin avrebbe gradito.

Seeley è un attento osservatore della vita sociale delle api, condotti anche sulle colonie selvatiche di api della foresta di Arnot (Ithaca, NY), popolazione che da svariati anni sopravvive senza trattamenti acaricidi e senza alcun tipo di gestione umana.

Seeley, partendo dal presupposto che alcune condizioni di base hanno consentito alla popolazione di Arnot di trovare un equilibrio con la varroa, vuole cercare di proporre “un compromesso gestionale” che rispetti le necessità biologiche ed evolutive delle api.

L’introduzione è chiara: la “Darwinian Beekeeping” non è per tutti! Astenersi dal praticarla se avete ambizioni su larga scala. Se avete volontà di trarre profitto da questa attività, non fa per voi. Se abitate in un contesto urbano o di agricoltura intensiva, lasciate perdere. Questa modalità di gestione è imperniata sull’assecondare il volere delle api (anche definita “Apicentric beekeping”) e non l’interesse dell’apicoltore, in quanto “le api sono il migliore apicoltore” (citando lo stesso Seeley).

Se vi accontentate di accudire pochi alveari, di modesti raccolti di miele e siete in un contesto rurale o ancor meglio naturale, allora potete provarci!

La differenza tra “Darwinian Beekeeping” e l’apicoltura convenzionale è la medesima che insiste tra praticare Bird Watching o allevare polli. Il fine ultimo è la ricerca del piacere, e non del profitto diretto. In questo sistema vi è anche un profitto indiretto, che è il servizio offerto all’ecosistema e che ha un ritorno in termini di benessere anche per la comunità umana.

Questo in estrema sintesi. Entrando un po’ più nel dettaglio, la scelta di dove posizionare i propri alveari dovrebbe quindi contemplare solo ambienti in cui le api vivrebbero spontaneamente… cosa non facile a farsi, visto che tra problemi di patologie, mancanza di “pascolo” o di siti dove nidificare, è molto raro incontrare alveari selvatici! Il modello di alveare da utilizzare è di ridotte dimensioni rispetto agli alveari convenzionali, con una stretta apertura nella parte inferiore ed il loro interno vuole ruvido in quanto più facilmente le api lo rivestiranno di propoli (resina con proprietà antimicrobiche che al contempo impermeabilizza il nido); i diversi alveari vanno disposti in modo disperso e distanziato nell’ambiente ad evitare la trasmissione di patogeni e parassiti e sospesi ad oltre 3 metri dal terreno per un miglior irraggiamento e protezione da predatori; le api con cui vorreste popolare questi alveari, idealmente devono essere api adattate al vostro ambiente, non api acquistate a migliaia di chilometri; nella gestione “Darwiniana” è necessario limitare al minimo gli spostamenti (di alveari o di favi all’interno del nido), per non interferire con l’orientamento e l’organizzazione sociale.

Non va controllata la sciamatura (una delle due modalità con cui le api trasmettono il proprio materiale genetico, ovvero, si moltiplicano); analogamente anche la costruzione di favi “da maschio” va assecondata (la dispersione dei fuchi nell’ambiente sono l’altra modalità di riproduzione); sono da evitarsi nutrizioni e trattamenti contro le patologie, per favorire la selezione naturale all’interno della popolazione. Quest’ultimo aspetto, non trattare per le patologie, in particolare non trattare contro la varroa, può creare qualche grattacapo: colonie “suscettibili” potrebbero facilmente divenire “bombe” pronte a trasferire gli acari ad altre colonie al momento del collasso. Pertanto un bravo “Darwinian beekeeper” deve monitorare periodicamente l’infestazione, ed essere pronto a sopprimere una singola colonia per il bene dell’apiario (popolazione).

Una cosa che ho appreso nel mio lavoro è che l’apicoltura ha innumerevoli declinazioni: queste possono essere legate alle tradizioni dei diversi Paesi dove è praticata o aalle aspettative che ciascun individuo matura quando intreccia un rapporto con le api. Tutto ciò può anche essere mutevole nel tempo, con più la conoscenza reciproca uomo/alveare si fa profonda. Tuttavia ciò che ho capito è che ogni declinazione dell’apicoltura merita rispetto. E con rispetto ho ascoltato la ricetta del Prof. Seeley, che ha senza dubbio arricchito la mia conoscenza. Ho anche maturato una mia opinione in merito, che non condividerò con voi.

Per stimolare la vostra personale prospettiva dell’apicoltura, mi diverte giocare a fare l’avvocato del diavolo e concludo con alcune domande aperte su quanto sopra esposto:

1) siamo certi che Darwin avrebbe desiderato questo tipo di apicoltura?

2) ha senso parlare di “evoluzione” in luoghi (quali le Americhe o l’Oceania) dove le api non sono native, bensì importate dall’uomo?

3) l’apicoltore (beeKEEPer) per definizione tiene alle api: è giusto arrivare a sopprimere una colonia, anche se per il bene dell’apiario?

4) se oggi non è possibile trovare ambienti ricchi di api selvatiche, come possiamo noi uomini trovare il luogo giusto per l’apicoltura naturale?

5) prima che sul ‘modello di apicoltura’ non è forse prioritario concentrarsi sul ripristinare ambienti idonei?

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