Il futuro degli allevamenti? Circolarità e forte legame con il territorio. di G. Giannoccaro

Da alcuni anni il settore dell’allevamento di animali da produzione, in Italia e in generale nelle società opulente, è in contrazione, avviato a un percorso di ridimensionamento strutturale. Complice la riforma delle politiche di settore e l’evoluzione delle preferenze di consumo della popolazione, il settore si confronta con nuove sfide. Tuttavia, alla riduzione e razionalizzazione dei consumi alimentari di origine animale (carne, latte e derivati, formaggio e uova) si contrappone il comportamento di acquisto di un consumatore più evoluto. Cresce infatti la nicchia dei consumatori alla ricerca di una maggiore qualità organolettica, nonché degli acquirenti attenti alla tracciabilità delle produzioni per cui l’identificazione territoriale e la sostenibilità ambientale sono valori molto apprezzati. Potrebbe sembrare azzardato, ma tutti questi aspetti richiesti dal consumatore evoluto trovano seppur in diversa misura una risposta nei sistemi di allevamento biologico.

L’allevamento biologico si contraddistingue dall’allevamento convenzionale per il forte legame con l’agricoltura, il pascolo e un giusto equilibrio tra numero di capi allevati e disponibilità di alimenti in azienda. Molto frequentemente le coltivazioni in azienda di cereali, foraggi e leguminose sono destinate ad alimentare i capi di bestiame. Le paglie e stoppie utilizzate nelle lettiere permettono la produzione di letame, il quale ritorna nei campi come ammendante e fertilizzante organico conservando la fertilità dei terreni. Inoltre, l’allevamento di razze più rustiche, autoctone, insieme alle condizioni di maggiore benessere in cui crescono gli animali, permettono la produzione di prodotti più genuini, salubri, con aspetti organolettici molto esaltati.

L’azienda in cui sono allevati capi di bestiame seguendo i principi dell’agricoltura biologica è un chiaro esempio di modello di economia circolare. Ci sono elementi di integrazione orizzontale come l’auto-produzione di foraggi, cereali da mangime, ecc. La cosiddetta economia di scopo, cioè produrre beni e servizi a partire dalle risorse che si hanno in azienda. Questo consente di ridurre la dipendenza da input esterni. Occorre ricordare come nell’allevamento convenzionale l’acquisto di mangimi sia una delle voci di costo più rilevante. Inoltre, sono attivati percorsi di circolarità attraverso il recupero e valorizzazione dei sottoprodotti (paglie e letame).

Ciononostante, come riportato nella newsletter di Luigi Roselli (iperlink…) il numero di aziende di allevamento biologico in Italia, e più severamente in Puglia, è troppo esiguo. Alle motivazioni di carattere microeconomico che attengono i costi di produzione, in generale più alti se misurati rispetto alla produzione (costi medi unitari EUR/capo), probabilmente più contenuti in termini assoluti (costi totali EUR/anno), si aggiunge uno schema di incentivi nell’ambito del Piano di Sviluppo Rurale non pienamente rispondente alle richieste degli operatori.

Tuttavia è necessario fare un esercizio di confronto per cercare di approfondire le ragioni dei casi di successo degli allevamenti in biologico, di cui la Puglia comunque vanta buoni esempi.

Sono stato a visitare un’azienda di allevamento ovino, circa 250 capi in agro di Ascoli Satriano. Una zona pastorale, alle pendici dei Monti Dauni. L’azienda del nonno è oggi condotta dai due figli che hanno trasmesso la passione anche ai loro. E’ un’azienda giovane nel sistema di produzione biologico, avviata alla conversione solo nel 2016. Coltivano avena e cereali minori in rotazione con leguminose come erba medica e pisello. Tutte produzioni destinate all’alimentazione delle pecore. Praticano il diserbo naturale pascolando il gregge nei campi. Finora nulla di particolarmente diverso da un allevamento biologico.

Alla domanda di come e dove è commercializzato il latte, la carne e la lana prodotti in azienda, trovo un elemento di novità. La produzione di latte è interamente trasformata in azienda ottenendo ricotta e formaggio pecorino a diversa stagionatura. Parte del siero è riutilizzato per produrre ricotta fresca mentre la restante parte è conferita a una azienda suinicola della zona, rappresentando a sua volta la base alimentare dell’allevamento.

L’azienda ha messo in atto quello che gli economisti chiamiamo un percorso di integrazione verticale lungo la filiera. Quindi produzione e trasformazione del latte sono parte integrante dell’allevamento di bestiame. I nostri imprenditori hanno anche scelto di attivare il canale di vendita diretta. Infatti, la maggior parte delle vendite avvengono all’interno del punto vendita aziendale, accorciando ulteriormente la filiera.

La filiera corta, oltre ad avere la convenienza di trattenere i margini economici che nella catena lunga spettano alla distribuzione (grande distribuzione e supermercati), rappresenta il miglior canale di comunicazione aziendale. Infatti, l’acquisto diretto in azienda è la forma più compiuta e trasparente di informazione che gli acquirenti ricevono circa l’origine del prodotto, modalità di allevamento e ambienti di trasformazione. Di contro, il canale diretto non ha la capacità e il raggio di diffusione assicurati dai canali più diffusi (supermercati e ipermercati).

Quindi, sono giunto alla conclusione che l’allevamento biologico è un modello di sistema circolare in miniatura. Incarna l’essenza dell’economia circolare e può rappresentare un modello di successo quando è accompagnato da una strategia di commercializzazione adeguata.

La certificazione delle produzioni in biologico non è un traguardo ma l’inizio di un percorso di riorganizzazione aziendale che va dall’approvvigionamento dei mangimi alla commercializzazione del prodotto. La certificazione biologica serve a raggiungere mercati e acquirenti lontani che il canale diretto di vendita in azienda non potrebbe mai incontrare. In pratica è il passaporto, ma è necessario attrezzarsi e organizzarsi per il viaggio.

Giacomo Giannoccaro

Dipartimento di Scienze Agro-Ambientali e Territoriali – Università degli studi di Bari Aldo Moro

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